Silvia Bonino Pinerolo Psicologa e psicoterapeuta, è professore onorario di psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Torino -
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GENITORI E FIGLI: QUANDO LA RELAZIONE E' DAVVERO BUONA
2017, Giugno, 2 Bonino Silvia

GENITORI E FIGLI: QUANDO LA RELAZIONE E' DAVVERO BUONA

                  Il tema della paura del conflitto nei genitori non è facile; non perché questa paura non sia diffusa, ma perché è meno riconosciuta e quindi ne siamo meno consapevoli: vediamo certi comportamenti che non ci convincono, ma ci è molto meno chiaro ciò che sta dietro ad essi. Ad

esempio, quando un genitore difende ad oltranza, contro la scuola e contro gli altri compagni, il cattivo comportamento del proprio figlio (ad esempio, un atto gratuitamente violento), ci rendiamo conto che questo è sbagliato. Pensiamo che è questione di cattiva educazione, di mancanza di regole, e certo questi aspetti ci sono. Ma c’è molto di più e quel comportamento del genitore è il punto di arrivo di una serie di atteggiamenti e comportamenti precedenti, che hanno portato nel tempo a quella che tutti viviamo come un’aberrazione e a un rovesciamento dei ruoli. Sono atteggiamenti e sentimenti che magari qualche volta ci hanno anche sfiorati, perché forse siamo stati anche noi qualche volta, per un attimo, tentati di fare lo stesso quando si trattava dei nostri figli.

                  Cerchiamo allora di capire meglio i termini della questione e i processi in gioco. Partiamo da quella “buona relazione” di cui si parla. Tutti naturalmente preferiamo che tra genitori e figli ci sia una buona relazione: armonia, accordo, serenità, dialogo. Quest’immagine è stata molto usata dalla pubblicità nella famosa “famiglia del mulino bianco”, che è diventata – purtroppo – un punto di riferimento, un ideale inconsapevole per molti genitori. Dico purtroppo perché si tratta ovviamente di un’immagine stereotipata, fasulla e irraggiungibile. Di fatto, come ogni genitore sa, i bambini sono sovente irrequieti, disubbidienti, oppositivi, litigano con i fratelli, fanno i dispetti, non fanno i compiti, eccetera.

                  Ma quest’immagine pubblicitaria di buona relazione non è solo irrealistica; è fasulla e pericolosa. Perché? Perché educare un bambino vuol dire necessariamente scontrarsi, anzitutto con la sua tendenza all’egocentrismo. Il bambino è per sua natura egocentrico, non solo emotivamente (tutto è riferito a lui), ma anche cognitivamente: il suo punto di vista è l’unico possibile, l’unico preso in considerazione, l’unico che conosce. Solo anni di educazione e di vita sociale porteranno il bambino, anche grazie al concomitante sviluppo cognitivo, a capire che esiste anche il punto di vista altrui. Ma questo risultato non è scontato; anche gli adulti possono crescere (per isolamento, poca educazione) con un egocentrismo di fondo, anche se cognitivamente sarebbero capaci di assumere il punto di vista altrui. Il risultato è quello di un adulto che, pur avendo gli strumenti cognitivi per assumere il punto di vista altrui ed essere partecipe, è ormai strutturato in modo egocentrico; diremo meglio, a questo punto: egoista.

                  Si badi bene che non si vuole con questo dire che la natura umana è di per sé “cattiva”. La psicologia dello sviluppo ha ben mostrato che esistono nel bambino, fin da piccolissimo, capacità di relazione sociale positiva: empatia, collaborazione, pro socialità, altruismo. Ho dedicato molta della mia attività di ricerca proprio a questi temi. Ma queste possibilità di “socialità positiva” coesistono con le tendenze aggressive ed egocentriche e finiscono per soccombere se non vengono educate adeguatamente. Non fioriscono spontaneamente da sé, lasciando il bambino crescere senza alcun intervento educativo, come certe idee ingenue e infondate dello sviluppo talvolta ritengono.

                  Ecco allora che noi abbiamo un bambino in crescita e un adulto, più precisamente un genitore, con una responsabilità educativa nei suoi confronti. È una relazione necessariamente asimmetrica e non è un rapporto tra pari; in essa il conflitto è normale e anzi è necessario per la crescita: fa vedere punti di vista diversi, modi differenti di risolvere i problemi, soluzioni impensate e più creative. Non si tratta di un conflitto con il bambino in sé, ma con il suo egocentrismo, il suo desiderio di avere tutto subito (che sembrerà peggiorare in adolescenza). Egocentrismo che è favorito oggi dal consumismo: avere tutto, avere subito, avere qualunque cosa senza limiti, soddisfare ogni desiderio.

                  Capiamo allora che la buona relazione di cui oggi sovente si parla è nient’altro che una rinuncia al conflitto e con esso rinuncia alla responsabilità educativa, con tutte le conseguenze molto negative che ne derivano. Oggi avviene che sovente gli adulti hanno paura del conflitto, e lo vivono male per diverse ragioni.

  1. C’è paura di ogni sofferenza e c’è il desiderio illusorio di poter evitare ogni sofferenza o anche solo ogni emozione negativa nel bambino e in se stessi, come se crescere per il bambino fosse un’eterna felicità e per l’adulto un continuo spot televisivo. Certo è positivo che si sia recuperata una dimensione affettiva e un’attenzione alla sofferenza anche nell’infanzia, che in passato era sovente ignorata (si avevano molti bambini, sovente trascurati o poco amati). Ma recuperare un’attenzione a questi aspetti non può tradursi in un contagio emotivo che fa abdicare al proprio ruolo di genitore: recuperare la dimensione affettiva non deve significare perdere quella genitoriale. Ad esempio, bisogna avere la maturità necessaria per accettare il pianto del bambino di fronte ad un rifiuto. Essere empatici vuol dire capire la sofferenza del bambino, mettersi nei suoi panni, ma non diventare complici.
  2. Si sono diffuse divulgazioni psicologiche grossolane ed è passata l’idea infondata che qualunque limite, rifiuto, difficoltà, emozione negativa costituisca un trauma dalle conseguenze durature e terribili: per questo non si dice mai di no, nel timore di chissà quali traumi e danni permanenti. Non è così: quest’idea non è mai stata degli psicologi veri, e meno che mai degli psicologi dello sviluppo, ma è stata fatta propria da tutti coloro che sostengono un modello consumistico e vedono i bambini come consumatori. Non bisogna dire di no (e si colpevolizzano gli adulti che lo fanno) perché in realtà non si vuole che gli adulti dicano di no agli acquisti dei bambini.
  3. c. Si ha a maggior ragione paura ad intervenire con i bambini piccoli, quasi che ci fosse un periodo in cui il bambino non ha bisogno di educazione e questa non cominciasse dal momento in cui nasce, e forse anche prima. Ricordiamo, ad esempio, l’interiorizzazione del “no” alla fine del primo anno.
  4. d. Si ha paura del limite, in una società che teorizza in ogni campo il superamento di ogni limite, dimenticando che il limite è connaturato all’uomo (ho trattato questo tema nel libro Mille fili mi legano qui. Vivere la malattia)[1]. Il tema è particolarmente importante per le seduzioni del consumismo e oggi anche degli strumenti informatici. Modelli consumistici che non riguardano solo i beni pubblicizzati, ma la possibilità di soddisfare ogni desiderio effimero temporaneo, non un desiderio inserito in una progettualità. Si segue così il fluire disordinato dei pensieri, dei desideri, degli stimoli, delle occasioni. Gli strumenti elettronici favoriscono molto questo (saltellare su internet, ecc.). C’è necessità di un’educazione alla scelta, che è anche educazione al limite. Proprio perché le possibilità sono grandi, c’è bisogno di un’educazione alla scelta, che è ricchezza e non rinuncia.
  5. e. Non si considera il bambino come un essere autonomo, ma come una sorta di prolungamento de genitore: per questo si interviene nelle attività dei bambini, nei conflitti che questi hanno con gli amichetti al nido e all’asilo, senza permettere loro di viverli autonomamente e di imparare a farvi fronte. Prendiamo l’esempio del bambino cui a scuola un compagno toglie gli oggetti: il genitore pretende di intervenire nella vita sociale del bambino a scuola, non riconoscendogli autonomia. Peggio ancora, all’asilo: ci si lamenta che “gli amichetti gli fanno i torti”. Sembra amore, e ci si giustifica con il desiderio di protezione, ma è rifiuto di accettare l’autonomia, benché piccola, del bambino. Nelle situazioni peggiori, sembra quasi a volte che il bambino sia una proprietà dell’adulto, come un oggetto da esibire e che nessuno deve osare criticare o danneggiare. Non c’è amore in questo.
  6. f. C’è un’iperprotezione del bambino. Attenzione: l’iperprotezione è una forma mascherata di rifiuto. Non è accettazione del bambino com’è, ma di un bambino ideale, che non esiste, che non può crescere autonomamente. Spesso infatti per immaturità si vedono nei bambini degli esseri teneri (dei bei giocattoli) con cui avere una relazione affettiva: si ricerca nel bambino un compenso ai propri problemi affettivi, un pari con cui giocare, un complice (questa parola così di moda!). E quando il bambino non è nulla di tutto questo o fa le bizze, non si sa che cosa fare, si soffre, ma lo si accontenta, per timore di perdere un rapporto che è visto come di amicizia.
  7. g. Non c’è consapevolezza che i figli non appartengono ai genitori, ma li oltrepassano. Non solo essi sono esseri autonomi, con un loro temperamento, ma il loro futuro va oltre ai genitori. I genitori sono chiamati a educare i figli per lasciarli andare (la famosa metafora della freccia). C’è quindi un terzo elemento, tra genitori e figli: la società, in cui i figli sono chiamati a vivere autonomamente. Questo aspetto si è molto appannato nel mondo attuale, dominata dall’individualismo. Eppure i genitori hanno una responsabilità educativa non solo rispetto al figlio (per la sua incolumità presente, per il suo benessere fisico, psicologico, sociale attuale e futuro); hanno anche una responsabilità rispetto alla società: il figlio non è dei genitori, va oltre i genitori in senso fisico e temporale, il suo destino è l’autonomia, è dato dai genitori al mondo sociale. La scuola, espressione e rappresentante della società, è non a caso sovente il terreno di questo scontro.

                  Il risultato di tutto questo, della rinuncia a svolgere un ruolo educativo, non è una migliore relazione, ma una maggiore sofferenza sia dei genitori che dei bambini, e non solo in adolescenza. Perché si finisce per intervenire malamente quando non se ne può più, quando il rischio per il bambino è reale; oppure si diventa depressi (la propria vita è in mano agli umori dei bambini e non si ha senso di controllo, non ci si sente efficaci come genitori) o ancora aggressivi, quando l’emozione travolge.

                  Ricordiamo ancora che la relazione educativa è asimmetrica. È allora chiaro che è necessario prendere una certa distanza emotiva dal bambino per avere un ruolo genitoriale, altrimenti ci si identifica con lui, con il suo egocentrismo, con la sua visione limitata. L’obiettivo non è l’indifferenza, ma il mantenere il proprio ruolo educativo.

                  Questo non è di certo facile in un momento di crisi di valori sociali condivisi, che lascia i genitori soli, confusi, senza punti di riferimento, a combattere contro forze economiche potenti. Questo però apre anche degli spazi positivi di scelta. Ma la scelta richiede maggiore consapevolezza; obbliga i genitori a chiedersi: quali sono per me le cose importanti da proibire e da permettere? Che modello ho in mente?

                  La mancanza di punti di riferimento fissi, come in passato, è una grande opportunità, ma va vissuta con responsabilità, altrimenti si cade nella confusione. I genitori quindi oggi sono più soli, con meno riferimenti certi, ma possono anche far passare i valori in cui credono. L’importante è che si interroghino e che prendano in mano il loro ruolo educativo, senza lasciarsi trascinare da una società consumistica che li vorrebbe solo nel ruolo di coloro che assecondano in tutto i loro figli e i loro acquisti.

                  C’è in particolare un compito importante dei padri, che certo non sono più relegati in un ruolo sociale e strumentale come in passato. Ma non devono diventare delle seconde madri, ma dei riferimenti che controbilanciano il frequente eccesso di coinvolgimento materno.

                  In conclusione, ricordiamo che i pilastri dell’educazione autorevole sono: l’amore per i figli (non oggetti da esibire, non giocattoli da cui farsi consolare); il dialogo e la buona comunicazione; il sostegno; le regole e il rispetto. Questa è la buona relazione, non quella fasulla che viene dall’illusione di eliminare ogni conflitto, ogni dolore, ogni limite. Il limite, e il relativo dolore, sono aspetti costitutivi della persona umana, e il conflitto è qualcosa che aiuta a confrontarsi e a crescere.

 [1] S. Bonino, Mille fili mi legano qui. Vivere la malattia, Laterza, Roma-Bari 2006.

Da: S.Bonino, Paura del conflitto e genitorialità: il ricatto della “buona relazione”. Minori giustizia, n. 2, 2009, pp.14-18.

Per saperne di più: S. BONINO, Quando i bambini sono piccoli, Milano: Fabbri, 2012.

 

 

 

 

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