Silvia Bonino Pinerolo Psicologa e psicoterapeuta, è professore onorario di psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Torino -
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L'INSEGNAMENTO MORALE DEI PIGMEI
2017, Maggio, 1 Bonino Silvia

L'INSEGNAMENTO MORALE DEI PIGMEI

Così Luca Cavalli Sforza descrive i Pigmei, la cui organizzazione sociale è ritenuta molto simile a quella dei nostri antichi progenitori cacciatori-raccoglitori. Egli sottolinea il livello morale per nulla primitivo di queste popolazioni. E’ un’utile riflessione per la nostra società, che si considera molto

evoluta, ma che sul piano morale è, al contrario, molto spesso “rettiliana”, incapace di esprimere le potenzialità umane della socialità positiva, vale a dire l’empatia, la compassione, l’altruismo, l’aiuto.

“ Sono nomadi o seminomadi. Una tribù può comporsi di 500, 1000 o 2000 persone, talora anche più, ma vivono sempre in bande, in gruppi di una trentina di persone in media – possono variare da dieci a cinquanta comprese le donne e i bambini – che vanno a caccia insieme. A intervalli di tempo più bande, o l’intera tribù, si riuniscono per feste o celebrazioni in cui danno vita a grandi danze e a riti collettivi, Le danze e i cori sono le loro attività sociali più importanti. […]

Sono la gente più pacifica che abbia mai conosciuto. Gentili, di grande dignità, anche spiritosi. Detestano la violenza e ne rifuggono. Se sono in disaccordo discutono, litigano rumorosamente magari si picchiano – anche tra marito e moglie, sono tutti più o meno forti eguali – ma è rarissimo che ricorrano alle armi. Gli omicidi sono rari. […]

Uno dei punti fermi dell’etica pigmea - è possibile solo in una zona a bassissima densità di popolazione – è che se due litigano forte si separano. Gli altri, nel campo, si seccano a sentire la gente che urla e cercano di farli stare zitti. Se quelli insistono, li allontanano. Non sopportano chi “fa rumore”, chi “disturba la pace”, per esprimersi con le loro parole.

Non esistono capi, gerarchie o leggi. C’è parità tra uomini e donne. Le questioni che riguardano tutti vengono discusse in comune intorno al fuoco. La punizione più grave che può essere inflitta dalla comunità è l’allontanamento dal campo, che in foresta in pratica equivale quasi ad una condanna a morte: la vita in foresta è magnifica in gruppo, ma è impossibile sopravvivere da soli. Naturalmente, l’esiliato può sempre unirsi ad un’altra banda, se questa è disposta ad accoglierlo.[…]

Vi è una forte solidarietà verso gli anziani e i disabili, almeno finché è possibile aiutarli senza mettere in pericolo la vita del gruppo. […]

Tutti i cacciatori-raccoglitori esistenti oggi hanno ancora costumi in comune fra loro. […] Vivono sempre in piccoli gruppi, non hanno un’organizzazione gerarchica, in genere non esistono capi e la loro vita sociale è basata sul rispetto reciproco. Di solito hanno un’etica avanzata. Un aspetto importante delle popolazioni ai livelli più bassi della scala economica è che non sono affatto primitive sul piano morale. “

(Luca e Francesco Cavalli-Sforza, Chi siamo, Mondadori, Milano, 1993, pp. 16-38)

in: Silvia Bonino, Altruisti per natura, Laterza, Roma Bari 2012, box 1, pp. 14-15.

 

 

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